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 (relazione al meeting dei giovani Futuré 25 settembre 2010)

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi.
Αὕτη ἐστὶν ἡ ἐντολὴ ἡ ἐμὴ ἵνα ἀγαπᾶτε ἀλλήλους καθὼς ἠγάπησα ὑμᾶς·

(Giovanni 15,12)

La radice della morale cristiana: l'amore

Ogni volta che sentiamo parlare di etica o morale, pensiamo subito a un preciso ordinamento giuridico che la Chiesa, nel corso della storia, avrebbe stabilito per definire ciò che è bene e ciò che è male. Questo, purtroppo, è un errore nel quale si cade facilmente. Il punto centrale della morale cristiana non è un codice di norme, ma la persona di Gesù. Il principio è semplice: “come Lui”. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». In altre parole, un credente dovrebbe conoscere bene il Vangelo e sapersi domandare: “Cristo, al mio posto, adesso, cosa farebbe?”. Nei Vangeli abbiamo l’esempio per eccellenza di chi è e come dovrebbe essere un uomo morale: Gesù Cristo.

Come discernere il bene dal male?

Oggi molti giovani si chiedono: come distinguere ciò che è buono e morale da ciò che è male e immorale? La filosofia, il diritto e altre discipline offrono strumenti preziosi per rispondere a questa domanda. Tuttavia, al di sopra di tutto si pone il Vangelo di Gesù Cristo, che è, più di ogni altro esempio, Amore per eccellenzaPer questo motivo è centrale il «come Lui». La vera morale si fonda sull’amore e sull’esempio di vita di Cristo, uomo etico per eccellenza. La Chiesa, nel corso della sua storia, non ha fatto altro che leggere in chiave attuale gli insegnamenti del Vangelo, traducendoli in legge morale.

Un percorso mirato

In quindici minuti non è possibile approfondire tutti gli aspetti etici presenti nei Vangeli. Ho quindi operato una scelta: mi concentrerò su un aspetto dell’etica sociale, con particolare riferimento alla questione ambientale. Concluderò con un breve excursus sulla speranza dell’amore rappresentata dai giovani e con una provocazione alle nostre coscienze. Alla base di ogni etica evangelica c’è un solo valore: l’Amore.

Aspetti evangelici dell’etica

Nel Dizionario di teologia biblica, Xavier Léon-Dufour spiega così il termine “amore”: «Nel Nuovo Testamento l’amore divino si esprime in un fatto unico la cui stessa natura trasfigura i dati della situazione: Gesù viene a vivere come Uomo-Dio il dramma del dialogo d’amore tra Dio e l’uomo». Analizzando brevemente il versetto 12 del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, notiamo due forme del verbo ἀγαπάω (agapáō): al presente (ἀγαπᾶτε) e all’aoristo (ἠγάπησα). Esse collegano l’azione passata di Gesù («vi ho amati») con quella attuale richiesta a ciascuno di noi («amatevi»). Il termine καθώς (come) ha un ruolo decisivo: il nostro presente dev’essere specchio del passato vissuto da Gesù. È il "come Lui" che trasforma il comandamento in qualcosa di nuovo: amare come ha amato luiQuando si ama davvero, si è disposti a donarsi. Una madre dà la vita per suo figlio. È difficile fare del male alla persona che ami. Allo stesso modo, l’amore vero è donazione totale all’altro.

Papa Benedetto XVI, nel 2005, ha scritto un’enciclica sull’amore: Deus caritas est. Nelle prime righe di questa importante enciclica, il Papa sottolinea l’aspetto di un amore straordinario che l’uomo scopre nel corso della sua vita: quello di Dio. E lo fa con queste parole: Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.

Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza.

L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali riconosce il centro della propria esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico:
«Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18; cfr. Mc 12,29-31). Poiché Dio ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4,10), l’amore non è più soltanto un «comandamento», ma è la risposta al dono dell’amore con cui Dio ci viene incontro.

Cercherò brevemente di spiegare il concetto: Dio è amore. Il cristiano, guidato dallo Spirito a vivere con il Signore in un dialogo d’amore, si avvicina al mistero stesso di Dio. Perché Egli non rivela immediatamente ciò che è: parla, chiama, agisce, e l’uomo accede per questa via a una conoscenza più profonda. Donando suo Figlio, Dio rivela che Egli è colui che si dona per amore (cfr. Rm 8,32). Vivendo con il Padre in un dialogo d’amore assoluto, rivelando così che il Padre e Lui sono «uno» da tutta l’eternità (Gv 10,30; cfr. 17,11.21s) e che Egli stesso è Dio (Gv 1,1; cfr. 10,33-38; Mt 11,27), il Figlio unigenito «che è nel seno del Padre» ci fa conoscere il Dio che «nessuno ha mai visto» (Gv 1,18). Questo Dio sono Lui e suo Padre nell’unità dello Spirito. E il «discepolo diletto», colui che ha fatto l’esperienza della carità e della fede, può formulare quello che senza dubbio rappresenta l’ultima parola di ogni cosa: Dio è amore (1Gv 4,8.16). Di tutte le parole umane, con le loro ricchezze e i loro limiti, è la parola «amore» quella che può lasciarci intravedere meglio il mistero di Dio-Trinità: il dono reciproco ed eterno del Padre, del Figlio e dello Spirito.

In ultima analisi, dobbiamo dire che l’amore è un donarsi gratuitamente. Secondo voi, ha più valore il regalo che si fa al matrimonio di un amico o l’amore con cui si regge la loro amicizia? Il regalo lascia il tempo che trova ed è un mero ricordo; l’amore di un amico, invece, dura tutta la vita.

Etica dell’ambiente

L’amore è una virtù che ogni uomo dovrebbe riuscire a estendere verso ogni persona, verso ogni essere animale e verso ogni cosa creata da Dio. Per questo motivo, se parliamo di amore, non possiamo tralasciare l’ambiente, il mondo animale e il mondo naturale: tutto il creato.

Secondo uno dei più illustri manuali di etica cristiana, l’autore Karl Peschke afferma: “Se l’uomo ama sinceramente Dio, deve anche amare i suoi amici e ogni cosa da lui prediletta”. Nella virtù dell’amore, quindi, rientra anche l’amore verso la natura e l’ambiente. 

Vorrei lanciare una provocazione. Ma dov’è scritto nei Vangeli che Gesù ci insegna ad amare la natura, a fare la raccolta differenziata, a non gettare carte a terra o a rispettare l’ambiente? In modo esplicito e diretto non lo dice mai.
Ma Lui è il primo ad amare la natura: passeggia sul lago di Galilea, sale al monte Tabor, percorre centinaia di chilometri nei tre anni di annuncio del Regno di Dio; molte delle sue parabole hanno riferimenti al mondo agricolo e pastorale. Sicuramente Gesù si sarà fermato tante volte a contemplare il tramonto in compagnia di Pietro e degli altri apostoli. È questo amore per la natura che ha alla base, come fondamenta, la bontà, la sapienza e l’affidabilità di Dio, riflessa in ogni creatura. Il creato è un’opera di Dio: per questo dovremmo amarlo.

Nel primo versetto del libro della Genesi leggiamo: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1), segue poi il racconto della creazione. Quindi, il creato è la prima cosa a cui Dio rivela il suo amore. È per questo che anche noi dobbiamo amare la prima cosa che Dio ha voluto creare, perché l’ha creata in vista di noi.

Nella Gaudium et spes, una delle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II, al numero 12 possiamo leggere: “La Bibbia, infatti, insegna che l’uomo è stato creato «ad immagine di Dio», capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da Lui sopra tutte le creature terrene (cfr. Gen 1,26; Sap 2,23) quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio (cfr. Sir 17,3-10)” (GS 12). Con ciò possiamo quindi affermare che l’uomo è capace di amare le cose create da Dio, di offrire loro il giusto rispetto e la giusta venerazione, come se sgorgassero costantemente dalle sue mani. Questo amore per il creato lo riscontriamo anche nella bellezza della natura e nel rispetto del suo scopo, destinatole da Dio. Vi siete mai fermati a guardare l’impetuosità di una montagna? Ad ascoltare la forza del vento o il fruscio di un fiume o di una cascata? La natura merita più amore da parte nostra.

È inutile che vi ripeta cose che hanno già detto gli altri relatori: sono circa 25-30 anni che si sta violentando il nostro territorio. Questo non è amare il creato. Sicuramente, se qualcuno di noi vivesse il dramma di una violenza nella propria famiglia, avrebbe una reazione devastante, sia per il dolore sia per la rabbia. Come mai, invece, per il creato nessuno di noi reagisce? Forse neanche noi lo amiamo abbastanza?

L’esempio per eccellenza di amore verso il creato lo possiamo trovare in san Francesco d’Assisi: «Fratello sole ... sorella luna ... la madre Terra con frutti, prati e fiori ... il fuoco ... il vento ... l’aria e l’acqua pura ... fonte di vita per le Sue creature. Dono di Lui, del suo immenso amore».
L’amore genuino di Dio deve tornare a vivere nel nostro territorio, violentato, usurpato, martirizzato dalla criminalità locale, nazionale ed estera, dalle ecomafie, dalla camorra. Noi cittadini abbiamo quella forza, che è l’amore, la quale può fermare tutto questo e ridarci il nostro territorio, bonificato dal male che oggi si nasconde nel suo sottosuolo, e che continua a essere versato nelle viscere della nostra terra. Possiamo farcela solo se riusciamo ad amare, proprio come Gesù ha amato noi.

L’ambiente in cui viviamo, dove stanno crescendo i nostri fratelli, i vostri figli, i miei amici, tutti noi, necessita di più rispetto e più amore. Un amore che, soltanto se siamo capaci di stare uniti, diventa devastante, tanto da riuscire a sconfiggere chi ci sta ammazzando. Come? La risposta è semplice. La prendo in prestito dalle labbra commosse di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura». Denunciamo chi ci sta facendo del male, protestiamo pacificamente nelle nostre piazze, lasciamo per un attimo il nostro tornaconto e pensiamo ai figli dei nostri figli, che fra qualche decina di anni non avranno più ossigeno puro da respirare, non avranno più acqua potabile da bere, non avranno più un prato su cui giocare che non sia contaminato dai rifiuti tossici, dannosi per la salute.

La speranza dell’amore sono i giovani

«Spe salvi – Nella speranza siamo stati salvati». Così inizia Benedetto XVI la sua seconda enciclica, scritta proprio in un tempo in cui l’uomo post-moderno sembra aver smarrito un valore fondamentale: la speranzaOggi l’uomo, davanti a tante difficoltà, sofferenze, dolori, problemi, ingiustizie, calamità naturali e disastri ecologici, sembra incapace di reagire a un sistema che lo sta distruggendo. Forse una possibilità l’abbiamo, ed è quella di riscoprire la “speranza” ormai smarrita. Nell’enciclica del 265° successore di Pietro troviamo una bella riflessione sulla vera fisionomia della speranza cristiana, che si sviluppa nei numeri 24-31. Qui il Santo Padre pone al centro della sua riflessione il tema della libertàL’uomo, nella sua piena libertà di figlio di Dio, deve essere responsabile nel salvaguardare la propria vita e quella futura. E quale punto di partenza migliore, se non proprio il rispetto per l’ambiente? Partire da qui ci permetterà di comprendere quanto possa essere importante la speranza anche nel nostro campo di lavoro.

Riferendosi ancora a Benedetto XVI, leggiamo al n. 27: “La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora «sino alla fine», «fino al pieno compimento» (cfr. Gv 13,1 e 19,30). Chi viene toccato dall’amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe «vita»”. 

Abbiamo adesso due ingredienti: la libertà e l’amore. Devono essere loro ad aiutarci a riscoprire la speranza che noi cristiani conosciamo, perché – come spiega il Papa all’inizio dell’enciclica – la speranza può essere compresa solo da chi ha fatto esperienza di DioMa come è possibile fare questa esperienza di Dio che ci permette di conoscere la speranza?

A darci una mano chiamiamo in causa il filosofo stoico latino Lucio Anneo Seneca, il quale, nella lettera 41 indirizzata a Lucilio, scriveva: 

È così come ti dico, o Lucilio: in noi c’è uno spirito divino che osserva e controlla il male e il bene delle nostre azioni; questi (lo spirito) ci tratta così, com’è stato trattato da noi. In verità un uomo buono non è nessuno senza Dio: forse che qualcuno potrebbe innalzarsi al di sopra della sorte se non fosse aiutato da lui? I progetti che ci dà sono splendidi ed eroici. In ciascuno degli uomini buoni abita un Dio (chi sia questo Dio è incerto, ma c’è). Se si presenterà al tuo sguardo un luogo con alberi antichi che superano la solita altezza e che il moltiplicarsi e l’intrecciarsi dei rami sottraggono la vista del cielo, l’altezza di quel bosco, il mistero del luogo, lo stupore per l’ombra così fitta e continua, pur in un luogo aperto, ti daranno la fiducia dell’esistenza di un nume. Se una grotta, creata non da mani d’uomo, ma scavata in tanta ampiezza da fenomeni naturali, sostiene su rocce profondamente corrose un monte, essa colpirà il tuo animo con un sentimento di religioso timore. Veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; l’improvviso scaturire dal sottosuolo di un vasto fiume ha propri altari; onorano le fonti delle acque calde, e consacrano le acque stagnanti o per l’oscurità o per l’immensa profondità”.

In questo brano, l’autore latino sembra indicare un messaggio di speranza: la possibilità che negli uomini buoni dimori un Dio, un Dio per lui ignoto, ma del quale Seneca ha certamente fatto esperienza. Infatti scriveva: “chi sia questo Dio è incerto, ma c’è”. È proprio questa certezza dell’esistenza di Dio che porta Seneca a trasmettere una gioiosa speranza al suo Lucilio, e a indicargli un metodo — come dicevamo prima — per fare esperienza di questo Dio. Che bello il metodo proposto da Seneca: egli lo realizza proprio nella natura, in un bosco, in una grotta naturale e nelle sorgenti dei grandi fiumi. Ancora oggi, a distanza di circa duemila anni, possiamo fare lo stesso tipo di esperienza descritta da Seneca in luoghi di incantevole bellezza naturale che, per “volere divino”, ancora possediamo — anche se forse ancora per poco tempo. Il “volere umano”, che non conosce la speranza, che non ha fatto esperienza di Dio, e che — per usare un termine caro a Seneca — possiamo definire “cattivo”, sta mettendo a repentaglio questa possibilità per noi tanto importante. Lo fa distruggendo la natura, violentandola, sfruttandola, martirizzandola.

Qui entra in gioco la nostra responsabilità di cristiani, noi che abbiamo fatto esperienza di Dio e che sappiamo cosa significhi speranza: dobbiamo lavorare quotidianamente per raggiungere l’obiettivo di difendere un patrimonio dell’umanità quale è l’ambiente. Questa responsabilità, come abbiamo visto, non ci è proposta solo dal Papa nella sua seconda enciclica, ma anche da Seneca, e da tanti altri uomini — cristiani e non — che credono nella stessa causa:
una natura integra è vitale per l’uomo, perché gli consente di entrare in contatto con Dio e gli dona la possibilità di riacquistare la speranza smarrita. Questa è la strada per la nostra salvezza, per la salvezza del mondo, della natura, delle generazioni future.

Conclusione

Qualche anno fa ho visto un film, di cui ricordo il titolo, ma una frase:

“Può un uomo morale mantenere la sua moralità in un mondo pieno di immoralità?”.

Sicuramente questa frase deve echeggiare oggi e sempre nelle nostre coscienze, dove domina l’impero dell’immoralità. A noi la sfida più grande: quella di vivere in un mondo immorale mantenendo la nostra moralità e contagiando, con la nostra moralità, tutti gli altri uomini! A tutti noi, adesso, l’impegno di riscoprire la speranza e l’amore, che sono le uniche strade in grado di condurci al cambiamento di questo sistema che ci sta uccidendo. Dio ci ama e ci ha fatto un grande dono fin dall’eternità: Gesù Cristo, il quale è venuto sulla terra, ci ha amati e ci ha dato l’esempio dell’uomo vero. Questo primo grande dono, che oggi continua ad essere presente attraverso la presenza eucaristica nel nostro mondo – tanto malato e violentato – ci deve essere di esempio per poter cambiare un sistema che ci sta ammazzandoVi è poi un altro dono che dobbiamo custodire gelosamente: come possiamo vivere da cristiani veri se non siamo capaci di amare il nostro pianeta, la terra? Quest’altro grande dono, che è appunto il creato, dobbiamo amarlo con gelosia e proteggerlo da chi invece pensa di arricchirsi a danno nostro e delle generazioni future.

 

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